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Ι ⅿᥙѕᥙlⅿапі репѕаᴠапο ϲһе l’Εᥙrοра аllа fіпе ѕі ѕаrеbbе ѕοttοⅿеѕѕа аll’Ιѕlаⅿ.

Nel cuore di Bruxelles, nella grande aula del Parlamento europeo, giovedì 26 marzo 2026 si è verificato un vero e proprio terremoto politico.

Ciò che è accaduto è stato a dir poco epocale: un voto così decisivo, così ostile ad anni di politiche consolidate, da generare ripercussioni in tutto il continente e oltre.

Con ben 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astensioni, i membri del Parlamento europeo hanno approvato l’avvio dei negoziati su un nuovo regolamento sui rimpatri: un quadro normativo radicale e di ampia portata, concepito per accelerare drasticamente l’espulsione dei migranti irregolari da tutti i 27 Stati membri dell’UE.

I migranti che arrivavano irregolarmente dal Nord Africa, dal Medio Oriente e da altre regioni ricevevano spesso ordini di espulsione, che venivano però ignorati quasi impunemente.

Le cifre ufficiali rivelavano il fallimento sconcertante: a malapena una persona su cinque a cui era stato ordinato di lasciare l’UE lo faceva effettivamente.

Ciò significa che un sorprendente 80% rimaneva, scomparendo nelle città e nei paesi mentre i ricorsi si trascinavano per anni in un labirinto di cavilli burocratici deliberatamente progettati per ostacolare l’esecuzione.

Il costo umano e culturale aumentava rapidamente.

I quartieri si trasformavano.

I tassi di criminalità in alcune zone aumentavano vertiginosamente.

Donne e ragazze dichiaravano di sentirsi insicure a camminare per strade che un tempo sembravano sicure.

I cittadini europei assistevano al cambiamento delle loro società a una velocità impressionante, sentendosi dire che esprimere preoccupazione li rendeva bigotti.

La popolazione musulmana in Europa è aumentata di circa il 50% tra il 2005 e il 2025, alimentando profonde ansie riguardo all’integrazione, alle società parallele e alla sopravvivenza a lungo termine dell’identità culturale occidentale.

Not in my name’ – Italy’s Muslims rally against terrorism …

Ma il 26 marzo, quell’era sembra aver raggiunto un punto di svolta drammatico.

Il nuovo Regolamento sui rimpatri, una volta conclusi i negoziati trilaterali con il Consiglio europeo, promette quattro cambiamenti rivoluzionari che sarebbero stati impensabili solo pochi anni fa.

Innanzitutto, procedure di rimpatrio più rigorose e con effetti concreti.

I migranti a cui è stato notificato un ordine di espulsione avranno ora l’obbligo legale di collaborare pienamente al loro rimpatrio.

La mancata collaborazione comporterà conseguenze rapide e gravi.

In secondo luogo, i periodi di detenzione saranno notevolmente allungati, fino a 24 mesi in molti casi.

Con il vecchio sistema, brevi periodi di detenzione seguiti dal rilascio nella comunità spesso portavano ad anni di infiniti ricorsi e alla scomparsa di persone.

Le nuove norme consentono periodi di detenzione molto più lunghi, soprattutto per coloro che sono considerati a rischio per la sicurezza, i quali potrebbero persino essere trasferiti in strutture di detenzione rafforzate o in carceri durante la procedura.

Italy’s Muslims sign anti-extremism pact – International – World – Ahram Online

Terzo – ed è questo l’elemento che sta mandando in tilt gli attivisti progressisti – la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione Europea.

Questi centri di elaborazione e detenzione offshore, negoziati bilateralmente o in coalizioni con paesi terzi, ospiterebbero i richiedenti asilo respinti fino al momento del loro rimpatrio.

Il modello trae ispirazione diretta dall’accordo pionieristico tra Italia e Albania sotto la guida del Primo Ministro Giorgia Meloni, nonché dal controverso piano britannico per il Ruanda, che Bruxelles un tempo condannò come barbarico.

Ora, lo stesso establishment di Bruxelles lo ha di fatto normalizzato.

Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Grecia sono già in trattative con nazioni africane per la creazione di tali strutture.

Quarto, divieti di ingresso permanenti per coloro che sono considerati una minaccia per la sicurezza.

Basta con le restrizioni temporanee: se vieni espulso perché considerato un pericolo per la sicurezza pubblica, la porta dell’Europa si chiude per sempre.

La coalizione politica che ha reso possibile tutto ciò è stata di per sé storica.

Il Partito Popolare Europeo (PPE) di centro-destra si è alleato con i Conservatori e Riformisti Europei (ECR), il gruppo Europa delle Nazioni Sovrane e il movimento Patrioti per l’Europa.

Ciò che i burocrati di Bruxelles avevano a lungo giurato non sarebbe mai accaduto – un blocco di destra unificato che spaziava dai conservatori moderati ai populisti nazionalisti – ha portato a una vittoria schiacciante.

Non si trattava di una politica marginale che trionfava.

Si trattava della politica tradizionale che, finalmente, si piegava alla volontà di milioni di comuni cittadini europei, stremati dall’immigrazione incontrollata, dalla crescente insicurezza e dalla condiscendenza delle élite.

A pochi giorni dal voto, l’ondata migratoria è diventata impossibile da ignorare.

In Germania – proprio la nazione la cui ex cancelliera Angela Merkel aveva spalancato le frontiere nel 2015, innescando la più grande ondata migratoria della storia europea moderna – il nuovo cancelliere di centro-destra Friedrich Merz ha fatto un annuncio clamoroso.

Up to 800,000 Syrian refugees could be repatriated over the next three to four years.

Speaking after talks with Syria’s interim leadership, Merz stated that around 80% of Syrians currently in Germany are expected to return home, starting with those without valid residence rights and those who have committed crimes.

Merkel’s vision of a borderless, multicultural Europe now lies in ruins — dismantled not by the “far-right,” but by her own political successors in the CDU.

The groundswell extends far beyond Germany.

Across the continent, a wave of legislation is pushing back against years of cultural transformation.

Switzerland banned the construction of minarets and restricted the burqa.

France, Belgium, Bulgaria, Austria, Denmark, Luxembourg, the Netherlands, and most recently Portugal have all enacted nationwide bans or severe restrictions on full-face veils, with heavy fines and even prison terms for those forcing women to cover.

The left’s response has been predictably furious.

Human rights organizations, including Amnesty International and the European Council on Refugees and Exiles, condemned the vote as a dangerous regression, warning of “punitive detention,” “legal black holes,” and violations of fundamental rights.

Progressive MEPs accused the EPP of “betraying itself” by allying with right-wing forces.

Yet their familiar arsenal of labels — “racist,” “xenophobic,” “far-right” — now lands with diminished force.

The Overton window, that invisible boundary of acceptable political debate, has shifted decisively to the right, and the old rhetorical weapons feel increasingly blunt.

What makes this moment so electric is its deeper meaning.

For decades, globalist elites in Brussels operated as if demographic transformation and cultural dilution were inevitable, even desirable.

Citizens who objected were marginalized, their concerns pathologized.

Nations like Hungary and Poland were punished financially and politically for daring to defend their borders and cultural coherence.

Now the script has flipped.

The same citizens who were dismissed as backward nationalists have voted again and again — in national elections, in European elections — until their voices could no longer be ignored.

The populist right’s rise across Europe was not an aberration; it was a democratic correction.

And now, even “mainstream” institutions are adapting.

This is bigger than policy.

It is a civilizational awakening.

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