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SAVIANO RIACCENDE LA POLEMICA DEL 2 GIUGNO: “DECIMA” ALLA PARATA, TRADIZIONE O SEGNALE POLITICO?

Roberto Saviano torna a riaprire una delle polemiche più delicate legate alla Festa della Repubblica: il grido “Decima” alla parata del 2 giugno, pronunciato dagli incursori del Comsubin, il Comando subacquei e incursori della Marina militare.

Una parola sola. Ma sufficiente, ogni volta, a dividere l’Italia.

Da una parte c’è chi la considera una tradizione militare, un richiamo storico alle origini degli incursori della Marina e alla Decima Flottiglia MAS prima dell’8 settembre 1943. Dall’altra c’è chi vede in quel grido un riferimento impossibile da separare dalla storia successiva della Xª MAS, legata alla Repubblica Sociale Italiana e a una memoria ancora profondamente controversa.

Il nodo non è nuovo. La polemica era esplosa già nel 2023, quando Roberto Saviano e Michela Murgia avevano criticato il passaggio dei Comsubin alla parata del 2 giugno, parlando di un simbolo carico di significati politici e storici. Nel 2024, quel grido non venne ripetuto, scelta che alimentò nuove discussioni. Nel 2025, invece, il “Decima” tornò durante la parata, riaccendendo immediatamente lo scontro pubblico.

Il punto più sensibile riguarda proprio la memoria storica. La Decima Flottiglia MAS fu un reparto d’élite della Regia Marina durante la Seconda guerra mondiale. Dopo l’8 settembre 1943, però, una parte della sua storia si intrecciò con la Repubblica Sociale Italiana, mentre altri militari seguirono percorsi diversi. Questa doppia eredità rende il riferimento alla “Decima” oggetto di interpretazioni opposte e spesso inconciliabili.

Per i difensori della tradizione militare, il grido non avrebbe nulla a che vedere con nostalgie fasciste. Sarebbe un omaggio alle origini tecniche e operative degli incursori della Marina, un richiamo interno alla storia del reparto, alla disciplina, al coraggio e alla continuità militare. In questa lettura, trasformarlo in un caso politico significherebbe forzare il senso di un gesto rituale e colpire ingiustamente le Forze Armate.

Per Saviano e per chi condivide la sua posizione, però, la questione non può essere liquidata così facilmente. Il 2 giugno non è una cerimonia qualsiasi. È la Festa della Repubblica. È il giorno in cui l’Italia celebra la nascita dell’ordine democratico uscito dalla fine del fascismo, dalla guerra e dalla scelta repubblicana. In quel contesto, sostengono i critici, ogni simbolo pesa di più.

Ed è proprio qui che la polemica diventa politica.

Non perché ogni militare che pronuncia “Decima” debba essere considerato nostalgico. Sarebbe una semplificazione ingiusta. Ma perché le istituzioni, in una giornata così carica di significato, dovrebbero chiedersi quale memoria stanno portando in scena davanti al Paese.

Una tradizione può essere neutra quando il suo nome richiama anche una pagina così controversa? Una cerimonia repubblicana può permettersi ambiguità simboliche? E chi decide dove finisce l’omaggio militare e dove comincia il segnale politico?

Le domande poste da Saviano sono scomode proprio perché non riguardano soltanto il passato. Riguardano il presente dell’Italia, il suo rapporto con la memoria e la sua difficoltà a fare i conti con i simboli del Novecento.

In molti Paesi, le cerimonie pubbliche sono costruite con estrema attenzione al linguaggio, ai gesti, ai riferimenti storici. Non perché la storia debba essere cancellata, ma perché ogni simbolo, quando viene portato nello spazio pubblico, viene letto da milioni di persone. E in un tempo di polarizzazione politica, anche una parola può diventare un campo di battaglia.

Il caso “Decima” mostra esattamente questo.

Per una parte dell’opinione pubblica, la polemica è esagerata. Il grido sarebbe una formula storica interna a un corpo militare, non una provocazione politica. In questa prospettiva, Saviano e la sinistra culturale leggerebbero ovunque fantasmi del fascismo, trasformando un rito militare in un caso ideologico.

Per l’altra parte, invece, il problema è opposto: proprio perché certi simboli sono ambigui, non possono essere trattati come dettagli innocenti. Soprattutto quando avvengono davanti alle massime cariche dello Stato, nel giorno in cui si celebra la Repubblica nata dalla sconfitta del fascismo.

La disputa, quindi, non è solo sul grido. È sul significato della memoria pubblica.

Cosa deve ricordare l’Italia il 2 giugno? La forza delle istituzioni? Il ruolo delle Forze Armate? La continuità dello Stato? La nascita della democrazia repubblicana? Tutte queste cose insieme? E se sì, quali simboli sono compatibili con questa celebrazione e quali rischiano di contaminarla?

Saviano sembra voler riportare il dibattito proprio su questo piano. Non un attacco generico ai militari, ma una domanda sul modo in cui la Repubblica rappresenta se stessa.

Il rischio, come spesso accade in Italia, è che il confronto venga ridotto a tifoseria. Da una parte chi grida allo scandalo. Dall’altra chi risponde parlando di censura, ossessione antifascista o attacco alle Forze Armate. In mezzo, il tema vero rischia di scomparire: la responsabilità istituzionale dei simboli.

Perché i simboli non sono mai soltanto decorazione. Parlano. Richiamano storie. Producono reazioni. Possono unire, ma possono anche dividere. Possono rafforzare una memoria condivisa, oppure riaprire ferite mai rimarginate.

Il 2 giugno dovrebbe essere il giorno dell’unità nazionale. Ma proprio per questo diventa ancora più delicato. Una festa comune funziona solo se i suoi segni sono riconoscibili da tutti come compatibili con la democrazia repubblicana. Quando un simbolo costringe il Paese a dividersi ancora una volta tra “tradizione” e “nostalgia”, forse il problema non è soltanto chi protesta. Forse il problema è anche la scelta di continuare a usare un riferimento così carico.

Questo non significa cancellare la storia militare. Al contrario, significa raccontarla meglio. Distinguere le fasi. Spiegare i contesti. Evitare semplificazioni celebrative. Dire chiaramente cosa si intende onorare e cosa invece non può essere in alcun modo riabilitato.

La memoria non si difende con l’ambiguità. Si difende con la chiarezza.

Ed è qui che il caso sollevato da Saviano resta aperto. Perché il Paese non discute solo di una parola gridata durante una parata. Discute di come vuole ricordare se stesso. Discute del confine tra orgoglio militare e memoria democratica. Discute del rapporto, ancora irrisolto, con una storia che continua a tornare ogni volta che un simbolo viene pronunciato senza spiegazione.

Alla fine, la domanda non è soltanto se “Decima” sia tradizione o segnale politico.

La domanda più profonda è un’altra: in una Repubblica nata dall’antifascismo, quanto spazio possiamo lasciare ai simboli ambigui senza trasformare la memoria in terreno di scontro permanente?

Saviano riaccende la polemica, ma il problema riguarda tutti. Perché il 2 giugno non appartiene a una parte politica, né a un governo, né a un reparto militare. Appartiene alla Repubblica.

E proprio per questo, ogni parola pronunciata quel giorno pesa più delle altre.

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