IL 2 GIUGNO DIVENTA CAMPO DI BATTAGLIA. SAVIANO RIAPRE IL CASO “DECIMA” E L’ITALIA SI DIVIDE SUI SIMBOLI SCOMODI
Festa della Repubblica o memoria contesa?
Roma. Il 2 giugno dovrebbe essere il giorno dell’unità nazionale. La Festa della Repubblica, la parata, le istituzioni, le Forze Armate, il ricordo della scelta compiuta dagli italiani nel 1946. Un rito civile pensato per unire, non per dividere.
Eppure, ancora una volta, quel giorno si è trasformato in un campo di battaglia simbolico.
Al centro della polemica torna il grido “Decima” durante la parata militare. Una parola breve, ma pesantissima. Per alcuni è solo un richiamo di reparto, una tradizione militare, una formula interna alla storia degli incursori. Per altri è un simbolo impossibile da separare dalla Xª MAS, dalla Repubblica Sociale Italiana e da una memoria storica che in Italia continua a bruciare.
Roberto Saviano, già in passato insieme a Michela Murgia tra le voci più critiche su quel grido, ha riportato il tema al centro del dibattito pubblico. Nel 2024 il Comsubin non urlò “Decima” alla parata, dopo le polemiche esplose nel 2023; nel 2025 il grido è tornato, rilanciando lo scontro politico e mediatico.

Una parola che non arriva mai da sola
Il punto, secondo Saviano e secondo chi critica quel grido, non è la singola sillaba pronunciata durante una parata. Il punto è il contesto.
Perché in Italia certi simboli non sono mai neutri. La parola “Decima” può essere letta da alcuni come appartenenza militare, disciplina, tradizione di corpo. Ma porta con sé anche un’ombra storica evidente: quella della Xª MAS, formazione legata alla stagione più buia del fascismo repubblichino.
Ed è qui che la polemica si accende.
Si può davvero separare un simbolo dalla sua storia?
Si può dire che oggi quel grido significa una cosa diversa, e quindi tutto il resto non conta più?
Oppure, proprio perché siamo nella Festa della Repubblica, bisognerebbe evitare ogni ambiguità con simboli che richiamano il fascismo?
Sono domande che l’Italia continua a rimandare. Ogni volta esplodono per qualche giorno, poi vengono archiviate. Fino alla parata successiva.
Saviano contro la normalizzazione
Saviano non contesta il valore delle Forze Armate né il senso della parata repubblicana. Il suo bersaglio è un altro: la normalizzazione dei simboli scomodi. L’idea che basti dire “è tradizione” per svuotare una parola del suo peso storico.
Secondo questa lettura, il 2 giugno non è un giorno qualunque. È la celebrazione della Repubblica nata anche dalla rottura con il fascismo. Per questo, proprio in quella data, ogni richiamo ambiguo alla memoria fascista diventa ancora più sensibile.
La domanda di fondo è semplice e durissima:
una Repubblica antifascista può permettersi simboli che una parte del Paese percepisce come nostalgici?
La destra risponde che si tratta di polemiche forzate, di ossessione ideologica, di attacchi ingiusti a reparti militari dello Stato. Alcuni media conservatori hanno persino descritto il ritorno del grido nel 2025 come uno “schiaffo” a Saviano e alla sinistra.
Ma proprio questo linguaggio dimostra quanto il tema sia politico.
Se fosse davvero solo una formula tecnica, perché trasformarla in una vittoria contro Saviano?
Il nodo della memoria italiana


Il caso “Decima” è solo un frammento di una questione molto più grande: il rapporto irrisolto dell’Italia con il fascismo.
Ogni Paese ha i propri fantasmi. L’Italia ha spesso scelto la strada dell’ambiguità. Da una parte la Costituzione, la Resistenza, la Repubblica. Dall’altra una lunga tolleranza verso nostalgie, simboli, saluti, slogan e rituali che in altri Paesi europei sarebbero trattati con molta meno leggerezza.
E così ogni simbolo diventa una battaglia.
Una parola.
Un saluto.
Una frase.
Una commemorazione.
Un nome su una targa.
Un grido durante una parata.
La domanda non è se ogni gesto sia automaticamente fascista. La domanda è perché l’Italia faccia così fatica a scegliere una linea chiara.
La difesa: “È solo tradizione militare”
Chi difende il grido “Decima” sostiene che la polemica sia costruita su un equivoco. Per questa parte del dibattito, il grido non sarebbe un omaggio al fascismo, ma un riferimento alla tradizione degli incursori della Marina, alla storia del reparto e a una continuità militare non riducibile alla Repubblica Sociale.
È una posizione che ha un suo pubblico e una sua forza. Molti vedono in queste polemiche un attacco ingiusto alle Forze Armate, come se ogni elemento della tradizione militare dovesse essere letto automaticamente con le categorie della lotta politica contemporanea.
Ma la questione resta: una tradizione può essere mantenuta anche quando una parte significativa dell’opinione pubblica la percepisce come ambigua o offensiva?
In una festa nazionale, il simbolo dovrebbe unire. Se invece divide ogni anno, forse il problema non è soltanto chi lo critica.

Il 2 giugno non è una festa qualsiasi
La Festa della Repubblica non è una celebrazione militare qualunque. È il giorno in cui si ricorda la nascita dell’Italia repubblicana. Una Repubblica costruita dopo la caduta del fascismo, dopo la guerra, dopo una scelta democratica che ha cambiato il destino del Paese.
Per questo molti ritengono che proprio il 2 giugno debba esserci una cura speciale dei simboli. Non per cancellare la storia militare. Non per umiliare i reparti. Ma per evitare che la festa della Repubblica diventi terreno di ambiguità storica.
Il punto non è vietare la memoria. Il punto è decidere quale memoria si celebra davanti alle istituzioni.
Destra e sinistra trasformano tutto in trincea
Come spesso accade, il dibattito si è subito diviso in due trincee.
Da una parte chi dice: Saviano ha ragione, certi simboli non possono essere ripuliti dal loro passato.
Dall’altra chi risponde: Saviano e la sinistra vedono fascismo ovunque e usano la memoria per attaccare governo e Forze Armate.
Il risultato è che la discussione vera sparisce. Non si parla più del senso dei simboli. Non si parla più del 2 giugno. Non si parla più della memoria repubblicana.
Si parla solo di chi ha vinto e chi ha perso.
E questo è forse il fallimento più grande.
Finał: simbolo innocuo o ferita ancora aperta?
Il grido “Decima” non è una parola qualunque. Non lo è per chi lo difende, perché lo considera parte di una tradizione militare. Non lo è per chi lo contesta, perché lo collega a una storia che non può essere normalizzata.
Roberto Saviano ha rimesso il dito nella ferita. E la reazione dimostra che quella ferita non si è mai davvero chiusa.
Il 2 giugno dovrebbe ricordare che la Repubblica nasce da una scelta di libertà, democrazia e rottura con il fascismo. Se proprio in quel giorno un simbolo divide il Paese, forse non basta liquidare tutto come “polemica della sinistra” o “tradizione innocente”.
La domanda resta aperta:
certi simboli possono davvero essere separati dalla loro storia — o il contesto conta sempre?
Festa nazionale o memoria contesa?
L’Italia, ancora una volta, non ha risposto.
Ha solo ricominciato a litigare.




