Oggi alla Camera dei Deputati è andata in scena una delle offensive politiche più dure degli ultimi mesi.
Non è stato un semplice intervento parlamentare.
È stato un vero e proprio atto d’accusa.
E al centro del mirino di Galeazzo Bignami sono finiti il Partito Democratico, Giuseppe Conte e tutta l’opposizione.
Fin dalle prime parole, il tono è stato chiarissimo.
«Quando parlate di sanità, parlate dei 126 miliardi spesi dai governi del PD o dei 143 miliardi di questo governo?»
Un colpo secco.
Poi è arrivato il secondo.
«Quando parlate di salari, parlate di quelli aumentati negli ultimi anni o di quelli che avete distrutto voi?»

I banchi della sinistra hanno iniziato a rumoreggiare.
Ma Bignami non si è fermato.
Anzi.
Ha affondato il colpo.
«Voi oggi avete tutte le risposte ai problemi che avete creato quando eravate al governo.»
L’aula si è accesa.
Le proteste sono aumentate.
E proprio in quel momento è arrivata la frase che ha fatto esplodere il dibattito.
«Non bisogna essere Einstein per capire che non è mai una buona idea affidare a chi ha creato il problema la soluzione.»
Applausi dai banchi della maggioranza.
Silenzio e nervosismo dall’opposizione.
Poi il discorso è diventato ancora più duro.
Bignami ha tirato fuori il tema del Superbonus.
«Forse il presidente Conte vuole restituire i 4.000 euro a testa che questa misura è costata a ogni italiano?»
L’ex premier è stato chiamato direttamente in causa.
Ma il passaggio più pesante è arrivato subito dopo.
«Magari volete anche restituire il miliardo e 200 milioni spesi per le mascherine marce?»
L’aula è esplosa.

Il riferimento alla gestione della pandemia ha riaperto una ferita politica mai veramente chiusa.
Bignami ha parlato di provvigioni da 250 milioni di euro e di soldi pubblici pagati tre volte più del necessario.
Poi ha chiesto una cosa precisa.
«Si dimetta dalla Commissione d’inchiesta sul Covid.»
Parole durissime.
Parole che hanno gelato i banchi dell’opposizione.
Ma non era ancora finita.
L’intervento si è spostato sul terreno della politica estera.
E qui il tono è diventato ancora più acceso.
«Noi stiamo con l’Italia.»
Una frase semplice.

Ma seguita da un’accusa pesantissima.
«Voi vi vergognate di essere italiani.»
Nell’aula sono scoppiate nuove proteste.
Bignami ha accusato la sinistra di sfilare con ogni bandiera possibile.
Quella palestinese.
Quella cinese.
Quella con falce e martello.
Ma mai con il tricolore.
«Noi siamo fieri di quella bandiera.»
Nuovi applausi.
Nuove urla.
Nuova tensione.
Poi è arrivato l’affondo finale.
«Per voi prima viene la sinistra, poi la sinistra e poi ancora la sinistra. Per noi prima viene l’Italia, poi l’Italia e poi ancora l’Italia.»
La maggioranza si è alzata in piedi.
L’opposizione è rimasta immobile.
Lo scontro politico si è trasformato in qualcosa di più profondo.
Uno scontro sull’identità.
Sull’idea stessa di nazione.
Su chi rappresenti davvero gli interessi degli italiani.
E una cosa è certa.
Dopo questo intervento, il clima parlamentare non sarà più lo stesso.
La guerra politica è entrata in una nuova fase.
E questa volta nessuno sembra disposto a fare un passo indietro.




