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CACCIARI DEMOLISCE LA NARRAZIONE SULL’ANTIFASCISMO: «LA COSTITUZIONE NON È UN SANTINO DA AGITARE IN TV»

Il dibattito pubblico italiano vive da anni di parole che sembrano intoccabili: Costituzione, antifascismo, democrazia. Termini evocati quasi quotidianamente nei talk show, nei confronti politici e nelle polemiche mediatiche, spesso trasformati in simboli assoluti, difficili persino da mettere in discussione.

Ma quando a intervenire è Massimo Cacciari, il terreno cambia improvvisamente.

Il filosofo veneziano, da sempre refrattario alle semplificazioni ideologiche, ha più volte sostenuto che il problema non sia difendere la Costituzione in astratto, bensì comprenderne davvero il significato storico e politico.

Secondo Cacciari, la Carta repubblicana non può essere ridotta a un oggetto sacro da sventolare contro l’avversario politico.

La Costituzione, sostiene, è il risultato di un compromesso drammatico nato dalle macerie della guerra, dalla fine del fascismo e dalla necessità di ricostruire un Paese profondamente diviso.

Per questa ragione, considerarla come una sorta di reliquia ideologica significa tradirne lo spirito originario.

La critica di Cacciari si concentra soprattutto su quello che definisce l’uso liturgico della Costituzione.

In molti dibattiti televisivi, osserva il filosofo, sembra bastare pronunciare la parola “Costituzione” per collocarsi automaticamente dalla parte del bene e delegittimare chiunque esprima una posizione diversa.

È proprio questo meccanismo che, a suo giudizio, svuota la Carta del suo significato più profondo.

Una Costituzione che non può essere discussa, interpretata o persino criticata rischia di trasformarsi in uno slogan.

E quando diventa uno slogan, perde inevitabilmente la sua capacità di parlare al presente.

Il cuore della riflessione di Cacciari riguarda però il tema dell’antifascismo.

Secondo il filosofo, l’antifascismo è stato un movimento storico concreto, nato in un preciso contesto politico e sociale, per contrastare un regime realmente esistente.

Trasformarlo in una religione civile permanente, valida allo stesso modo in ogni epoca e in ogni circostanza, significa farne un’ideologia.

Ed è proprio qui che emerge la sua critica a una parte del dibattito mediatico italiano.

Cacciari sostiene che spesso l’antifascismo venga utilizzato come una sorta di certificato di legittimità morale.

Chi si definisce antifascista sarebbe automaticamente dalla parte giusta della storia, mentre chi esprime dubbi o propone letture differenti rischia di essere immediatamente collocato nel campo opposto.

Per il filosofo, questo schema è profondamente pericoloso.

Non serve a difendere la democrazia, ma finisce per controllare il discorso pubblico, delimitando ciò che è considerato accettabile e ciò che invece viene escluso.

La Costituzione italiana, ricorda Cacciari, non appartiene a una sola parte politica.

Fu scritta da cattolici, liberali, comunisti e socialisti che, pur partendo da visioni del mondo radicalmente diverse, decisero di convivere dentro un progetto comune.

Appropriarsene in maniera esclusiva significa ignorarne la natura pluralista.

Da qui nasce un’altra domanda che il filosofo pone con insistenza: stiamo davvero attuando la Costituzione?

Secondo Cacciari, la risposta è tutt’altro che scontata.

Il lavoro, definito dalla Carta come fondamento della Repubblica, è stato progressivamente indebolito da anni di precarizzazione.

L’uguaglianza sostanziale appare sempre più lontana in una società attraversata da profonde disuguaglianze economiche.

La sovranità popolare, inoltre, viene spesso limitata da vincoli economici e tecnocratici percepiti da molti cittadini come lontani e difficilmente controllabili.

Eppure, sostiene il filosofo, questi temi ricevono molto meno spazio rispetto alle continue polemiche sull’antifascismo.

Secondo Cacciari, evocare continuamente il rischio del ritorno del fascismo finisce per spostare l’attenzione dai problemi reali del presente.

È più semplice costruire un nemico simbolico che affrontare le questioni legate alla crisi dello Stato sociale, alla trasformazione del capitalismo o alle nuove forme di disuguaglianza.

In questo senso, il filosofo individua un limite anche nel giornalismo contemporaneo.

Troppo spesso, osserva, il dibattito televisivo si trasforma in un tribunale morale, dove il compito non è comprendere la complessità ma emettere giudizi rapidi.

Cacciari rifiuta questa impostazione.

Il suo metodo è esattamente l’opposto: storicizzare, problematizzare, rifiutare le categorie semplici.

Anche il concetto di democrazia, secondo il filosofo, viene spesso ridotto a una formula.

Nel discorso dominante, democrazia e antifascismo finiscono per diventare sinonimi.

Ma una democrazia, ricorda Cacciari, vive di conflitto, di pluralismo e di dissenso.

Etichettare ogni forma di dissenso come potenzialmente fascista significa impoverire la stessa democrazia che si dichiara di voler difendere.

La critica di Cacciari non è rivolta contro la memoria storica.

Al contrario, il filosofo insiste sulla necessità di conoscere il fascismo storico in tutta la sua complessità.

Ridurre quel fenomeno a una caricatura impedisce di comprenderne le radici sociali, economiche e culturali.

E senza questa comprensione diventa impossibile capire perché, ancora oggi, emergano fenomeni di rabbia sociale, populismo e sfiducia nelle istituzioni.

La vera domanda, insiste Cacciari, non è chi si dichiara antifascista.

La vera domanda è chi riesce a dare concreta attuazione ai principi costituzionali.

Chi difende il lavoro.

Chi combatte le disuguaglianze.

Chi favorisce la partecipazione democratica.

Chi rende effettivi i diritti sociali.

Su questi temi, osserva il filosofo, il dibattito pubblico appare spesso sorprendentemente silenzioso.

L’antifascismo mediatico, invece, è relativamente semplice.

Non richiede scelte politiche difficili.

Non impone redistribuzioni di ricchezza o cambiamenti strutturali.

Diventa, in molti casi, un’identità simbolica più che un progetto concreto.

È per questo che le riflessioni di Cacciari continuano a suscitare discussioni.

Il filosofo non offre certezze rassicuranti né slogan facilmente condivisibili.


Propone invece un esercizio di dubbio e di complessità che mal si adatta ai tempi della comunicazione veloce.

Eppure proprio questo approccio rappresenta, per molti osservatori, il contributo più importante del suo pensiero.

La democrazia, sostiene Cacciari, non si difende attraverso formule rituali.

Si difende attraverso il pensiero critico, il confronto e la capacità di affrontare le contraddizioni del proprio tempo

La Costituzione non ha bisogno di sacerdoti che la custodiscano come un oggetto sacro.

Ha bisogno di cittadini consapevoli, capaci di interpretarla e di renderla viva.

Anche l’antifascismo, se vuole conservare un significato autentico, deve tornare a essere una riflessione sul presente e non soltanto una memoria rituale del passato.

Alla fine, la lezione del filosofo veneziano appare tanto semplice quanto scomoda.

La politica non può essere ridotta a etichette morali.

La storia non può trasformarsi in un dogma.

E la democrazia non può sopravvivere senza il coraggio del dubbio e della discussione.

In un’epoca dominata dalla polarizzazione e dalle semplificazioni, il richiamo di Cacciari alla complessità continua così a rappresentare una delle voci più originali e controcorrente del panorama intellettuale italiano.

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