L’aula era già in ebollizione. Da ore si parlava del caso Al Masri, delle accuse contro il governo e dell’indagine che aveva travolto il presidente del Consiglio e alcuni ministri. L’opposizione gridava allo scandalo, la maggioranza parlava di attacco politico. L’atmosfera era diventata irrespirabile.
Poi si è alzato Giovanni Donzelli.
Lo ha fatto lentamente, con un fascicolo in mano e uno sguardo duro. Non sembrava un semplice intervento parlamentare. Sembrava l’inizio di una resa dei conti.
«Grazie ai ministri Nordio e Piantedosi. Grazie al governo intero.»
Le prime parole hanno subito sorpreso l’aula.
Dai banchi dell’opposizione sono partiti mormorii e proteste. Ma Donzelli non si è fermato.

«Grazie per aver difeso la sicurezza nazionale.»
Il tono si è fatto sempre più duro.
«Non è mai successo nella storia della Repubblica che fossero indagati contemporaneamente il presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia, il ministro dell’Interno e l’autorità delegata ai servizi per aver svolto il proprio lavoro.»
L’aula è piombata nel silenzio.
Poi è arrivato il primo affondo.
«La scelta di notificare l’atto il giorno prima dell’informativa del governo ha condizionato in maniera inaccettabile il rapporto tra Parlamento e governo.»
Le proteste sono aumentate.
Qualcuno dai banchi dell’opposizione ha iniziato a urlare.
Ma Donzelli è andato avanti.
«Io, da cittadino italiano, sono contento che Al Masri non sia libero in Italia, ma sia in Libia.»
L’aula è esplosa.
Urla.
Applausi.
Proteste.
Il presidente è stato costretto a richiamare i deputati all’ordine.
Donzelli, però, non ha abbassato il tono.
«Sono contento per la sicurezza degli italiani. Sono contento per la sicurezza dei nostri connazionali in Libia. Sono contento che il governo abbia scelto di difendere l’interesse nazionale.»
Poi ha cambiato bersaglio.
«Ho sentito dire che il governo avrebbe riportato un torturatore in Libia per fermare gli sbarchi. È una falsità.»
Ha sollevato alcuni documenti.
«Nella richiesta della Corte Penale Internazionale non compare nemmeno la parola immigrazione.»
Silenzio.
L’opposizione scuoteva la testa.
La maggioranza applaudiva.
Ma il momento più duro doveva ancora arrivare.
Donzelli ha puntato il dito verso i banchi del centrosinistra.
«Voi oggi fate lezioni di morale sull’immigrazione. Ma dove eravate quando il tesoriere del Partito Democratico in Campania veniva arrestato nell’inchiesta sui falsi permessi di soggiorno?»
L’aula è scoppiata.
Le proteste sono diventate assordanti.
«Con i migranti facciamo soldi», ha ricordato Donzelli citando le intercettazioni.
Dai banchi della maggioranza è partito un lungo applauso.
L’opposizione è insorta.

Il presidente ha richiamato tutti alla calma.
Ma Donzelli era ormai un fiume in piena.
«Perché non spiegate agli italiani se la vostra passione per gli sbarchi è umanità o se dietro ci sono enormi interessi economici?»
Le parole sono cadute nell’aula come un macigno.
Poi è arrivato un altro affondo.
«Da quando governa Giorgia Meloni, le morti nel Mediterraneo sono diminuite. Noi siamo umani. Noi vogliamo fermare le tragedie.»
L’applauso della maggioranza è stato fragoroso.
Donzelli ha quindi spostato il discorso sulla politica estera.
«Non spetta a noi decidere chi governa i paesi africani. Spetta a noi decidere se dialogare con loro.»
E qui ha sfoderato un’altra stoccata.
«Però voi non vi siete mai preoccupati dei diritti umani in Cina quando firmavate la Via della Seta.»
Qualcuno dai banchi del Movimento 5 Stelle ha protestato.
Ma Donzelli ha rincarato la dose.
«Non vi siete preoccupati dei diritti umani nemmeno in Venezuela quando andavate a scodinzolare da Maduro.»

L’aula è nuovamente esplosa.
Poi il colpo finale.
«E non vi siete preoccupati dei diritti umani in Libia nemmeno nel 2017 e nel 2020, quando i vostri governi confermavano il memorandum con Tripoli.»
Silenzio.
Per alcuni secondi nessuno ha parlato.
Donzelli ha abbassato il tono.
«La sicurezza nazionale è una cosa seria. Non è materia per la propaganda.»
Poi ha guardato i banchi dell’opposizione.
«Per fortuna oggi al governo c’è Giorgia Meloni.»
Applausi.
«Per fortuna c’è una maggioranza che non si lascia intimidire.»
Nuovi applausi.
«Per fortuna c’è un governo che continuerà a fermare l’immigrazione clandestina e a riformare la giustizia.»
L’aula era ormai divisa in due.
Da una parte le proteste.

Dall’altra gli applausi.
Poi è arrivata l’ultima frase.
Una frase pronunciata lentamente.
Quasi scandendo ogni parola.
«Non ci faremo intimidire.»
Pausa.
«Amen.»
Per un istante l’aula è rimasta immobile.
Poi è esplosa ancora una volta.
Applausi.
Urla.
Proteste.
E il dibattito sul caso Al Masri si è trasformato nell’ennesimo scontro totale tra due visioni opposte dell’Italia, della giustizia e della sicurezza nazionale.




