SAVIANO TORNA A TORINO CON GOMORRA: DOPO 20 ANNI, L’ITALIA NON HA ANCORA CHIUSO I CONTI?
Roberto Saviano è tornato al Salone Internazionale del Libro di Torino con Gomorra, a vent’anni dall’uscita del libro che ha cambiato il modo in cui l’Italia racconta la camorra, le mafie e il potere criminale. Non una semplice presentazione editoriale, ma un ritorno simbolico su una ferita che, due decenni dopo, continua a bruciare.
Il Salone ha presentato l’incontro ricordando che Gomorra torna con una nuova introduzione dell’autore e definendo il libro un’inchiesta narrativa capace di raccontare la camorra come sistema economico globale, modificando per sempre il racconto delle mafie. L’appuntamento “Gomorra 20 anni dopo” si è svolto sabato 16 maggio 2026 al Lingotto, nell’Arena Repubblica Robinson, con Saviano protagonista.

A prima vista potrebbe sembrare un anniversario letterario. In realtà, è molto di più.
Perché Gomorra, pubblicato nel 2006, non è stato soltanto un libro di successo. È diventato un caso pubblico, una frattura culturale, un marchio doloroso nella storia recente italiana. Ha portato davanti a milioni di lettori un mondo fatto di affari criminali, controllo del territorio, economia illegale, silenzi sociali e complicità diffuse.
Da quel momento, Saviano non è stato più soltanto uno scrittore.
È diventato un simbolo. Per alcuni, una voce necessaria. Per altri, una figura divisiva. Per molti, un autore da difendere. Per altri ancora, un personaggio pubblico da contestare. Ma il punto, vent’anni dopo, forse è proprio questo: l’Italia ha davvero letto Gomorra, o si è limitata a giudicare Saviano?
La domanda è scomoda perché tocca un nervo scoperto del Paese.
Gomorra ha costretto l’Italia a guardare la camorra non come folklore criminale, non come problema locale, non come semplice emergenza di ordine pubblico, ma come sistema economico. Un sistema capace di muovere denaro, merci, consenso, paura e potere. Un sistema che non vive soltanto nei vicoli o nelle periferie, ma entra nei mercati, negli appalti, nella moda, nei rifiuti, nella politica, nella vita quotidiana.

Questa è stata la forza del libro: togliere alla criminalità organizzata la maschera del mito e mostrarne la struttura imprenditoriale.
Ma proprio questa forza ha avuto un prezzo enorme. Dopo il successo di Gomorra e le minacce ricevute dai clan, Saviano vive sotto scorta dal 2006. La sua vicenda personale è diventata inseparabile dalla sua opera pubblica. Il libro lo ha reso famoso, ma gli ha tolto la normalità. Lo ha portato nel mondo, ma lo ha anche chiuso dentro un’esistenza protetta, sorvegliata, continuamente esposta.
E qui nasce il paradosso più grande.
Un libro scritto per raccontare un sistema criminale ha finito per trasformare il suo autore nel centro del dibattito. Invece di discutere sempre del contenuto, l’Italia ha spesso discusso di Saviano: del suo tono, della sua presenza televisiva, delle sue posizioni politiche, delle sue polemiche, delle sue denunce.
È normale che una figura pubblica venga criticata. È legittimo discutere il suo linguaggio, le sue scelte, la sua esposizione. Ma quando il giudizio sull’autore diventa più forte dell’attenzione al libro, qualcosa si perde.

E forse è proprio ciò che Saviano, tornando a Torino, sembra rimettere sul tavolo.
Vent’anni dopo, Gomorra non è soltanto un testo da celebrare. È una domanda ancora aperta. Che cosa è cambiato davvero? La camorra è stata compresa come potere economico globale, o il Paese ha preferito archiviare tutto come una grande storia editoriale? Abbiamo imparato a riconoscere i meccanismi del potere criminale, o ci siamo abituati a consumarli come racconto?
Il rischio è che Gomorra sia diventato un simbolo comodo. Un titolo conosciuto da tutti, citato da molti, discusso spesso, ma forse non sempre ascoltato fino in fondo.
Perché leggere Gomorra significa accettare una verità disturbante: le mafie non crescono nel vuoto. Prosperano dove trovano domanda, silenzio, convenienza, indifferenza, paura e complicità. Non sono soltanto un problema dei territori più colpiti. Sono una questione nazionale. E, in molti casi, globale.
Ecco perché il ritorno di Saviano al Salone del Libro non riguarda solo la memoria letteraria. Riguarda la coscienza civile.
La nuova edizione con introduzione dell’autore riporta il libro nel presente. Non lo lascia fermo al 2006. Lo costringe a parlare ancora, in un’Italia che nel frattempo è cambiata, ma non ha eliminato le sue zone d’ombra. Le mafie hanno mutato linguaggi, investimenti, strategie. La violenza non è sempre visibile. Il potere criminale può essere meno teatrale, più finanziario, più silenzioso, più integrato.

Per questo la domanda resta viva: abbiamo davvero chiuso i conti?
Per alcuni, Saviano resta indispensabile perché continua a ricordare ciò che il Paese vorrebbe rimuovere. Per altri, invece, la sua figura è diventata troppo ingombrante, troppo politica, troppo divisiva. Ma anche questa divisione dice qualcosa dell’Italia: spesso preferiamo discutere del messaggero invece di affrontare il messaggio.
È più facile chiedersi se Saviano piaccia o non piaccia. È più difficile chiedersi perché, vent’anni dopo, molte dinamiche raccontate da Gomorra sembrino ancora riconoscibili.
È più facile trasformare l’autore in bersaglio. È più difficile parlare di economia criminale, rifiuti, appalti, riciclaggio, consenso sociale, responsabilità collettive.
Ed è ancora più difficile ammettere che un libro può diventare famoso senza essere davvero digerito da un Paese.
Il ritorno a Torino, quindi, non è solo un omaggio a un’opera. È una verifica. Una prova di memoria. Un modo per chiedere all’Italia se Gomorra sia rimasto un pugno nello stomaco o sia diventato soltanto un marchio culturale.
La verità è che un libro può cambiare il linguaggio pubblico, ma non può cambiare da solo una società. Può aprire una finestra. Può mostrare ciò che era nascosto. Può rendere impossibile fingere di non sapere. Ma poi serve una risposta collettiva: politica, civile, culturale, educativa.
E qui il bilancio diventa più complicato.
Vent’anni dopo, Saviano resta divisivo. Ma forse il punto non è decidere se amarlo o detestarlo. Il punto è capire se siamo ancora capaci di ascoltare ciò che Gomorra continua a dire.
Perché quel libro non parla solo di camorra. Parla dell’Italia. Dei suoi silenzi. Delle sue convenienze. Della sua capacità di indignarsi e poi dimenticare. Della sua tendenza a trasformare ogni denuncia in polemica personale.
Al Salone del Libro di Torino, Saviano è tornato con l’opera che ha segnato la sua vita e una parte della storia culturale italiana. Ma l’interrogativo più pesante resta sospeso.
Dopo vent’anni, l’Italia ha davvero fatto i conti con Gomorra?
O ha semplicemente imparato a discutere di Roberto Saviano per evitare di guardare fino in fondo ciò che quel libro aveva messo davanti agli occhi di tutti?




